VERSIONE AGGIORNATA

Correva l’anno1976. Nel bel mezzo della notte del 27 gennaio un piccolo commando fece irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina. Due carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta (nella foto) furono uccisi barbaramente nelle loro stanze durante il sonno.
E’ necessario però fin da subito collocare la città di Alcamo nel contesto storico del tempo: il pericolo terrorismo, le brigate rosse e tantissimi omicidi di mafia erano la triste e quotidiana attualità.
Tante furono le ipotesi vagliate dagli inquirenti, molte delle quali legavano la vicenda al terrorismo di quei famosi anni 70, detti gli anni della tensione. Oggi sembra però che la vicenda sia relazionata a ben altre motivazioni e a scenari ben più complicati che forse coinvolgono personaggi di spicco della mafia e che si allontano dalla pista della semplice bravata di gioventù e da quella di ispirazione terroristica.
Le brigate rosse dunque non c’entravano nulla con l’accaduto e nemmeno vari gruppi terroristici siciliani sembrarono allora coinvolti. Anzi, questi ultimi smentirono fin da subito il loro coinvolgimento e le stesse BR il 30 gennaio dichiararono la loro estraneità ai fatti di Alcamo. A capo delle indagini fu posto il colonnello Giuseppe Russo, braccio destro del generale Dalla Chiesa, che poi sarà ucciso dalla mafia nel 1977 nell’agguato di Ficuzza.

Colonnello dei carabinieri G. Russo
Ma chi era stato ad uccidere Apuzzo e Falcetta? La svolta avvenne il 13 febbraio. A un posto di blocco fu fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, su un’auto rubata con una targa di cartone. Questi aveva in mano una pistola (si pensa che fosse scarica dato che il giovane aveva un arto amputato) e dopo una perquisizione ne venne trovata una seconda. Era una Beretta in dotazione ai carabinieri, probabilmente rubata durante l’omicidio della casermetta. Dopo una perquisizione a casa del ragazzo e attente analisi si dimostrò che Vesco era in possesso dell’arma del delitto. Troppo poco però per condannarlo per omicidio volontario. Fu dunque interrogato dai carabinieri ma questi negò in modo deciso la sua partecipazione all’agguato dicendo che doveva solo consegnare le armi a qualcuno.
La situazione stava diventando sempre più critica. Alle indagini collaboravano ora molte persone, anche esponenti dell’antiterrorismo di Napoli. Giuseppe Vesco fu bendato e legato. L’obiettivo iniziale era conoscere a tutti i costi il luogo dove erano tenute le armi e le divise trafugate dalla casermetta. Probabilmente non si svlse però un normale interrogatorio.

Giuseppe Vesco
Un ex brigadiere dei carabinieri, dopo 30 anni, ha confessato nel settembre del 2007 al giornale trapanese Quarto Potere che furono usati dei mezzi poco leciti per far parlare il giovane alcamese e costringerlo ad ammettere le sue colpe. In quei famosi 30 minuti gli venne posto un imbuto in bocca e versata acqua e sale diverse volte. Nonostante ciò Vesco non cambiò versione. Si proclamava innocente. (La descrizione delle torture subite è ampiamente descritta nelle famose lettere di Giuseppe Vesco dal carcere di Trapani)
Dopo ulteriori torture Vesco si dichiarò disponibile a far ritrovare armi e divise. In poco più di un’ora in una stalla di proprietà di un partenicese, Giovanni Mandalà, fu finalmente trovato quello che si cercava.
Ai carabinieri non bastava però il ritrovamento di armi, divise e tesserini. Chi faceva parte del commando? A questa domanda Vesco si rifiutava di rispondere ma ben presto, dopo ulteriori torture (come ha confermato l’ex brigadiere), il ragazzo cambiò strategia. Firmò infatti una dichiarazione in cui confessava di aver partecipato all’uccisione dei carabinieri insieme ad altri tre ragazzi: Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli.

Le persone accusate da Giuseppe Vesco di far parte del commando
Santangelo, Gulotta, Ferrantelli e Mandalà (in senso orario dall’alto)
I tre ragazzi alcamesi più il partenicese Mandalà furono poi tutti tratti in arresto per omicidio e costretti a confessare con le solite modalità, secondo la ricostruzione dell’ex brigadiere. Così tutti e quattro firmarono un verbale di riconoscimento di colpevolezza.
La versione accertata dei fatti fu la seguente: Giovanni Mandalà, il bottaio di trentotto anni di Partinico, avrebbe forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica e a sparare invece sarebbero stati Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, due giovani alcamesi di diciannove e diciassette anni, mentre Vincenzo Ferrantelli, uno studente di sedici anni di Alcamo, avrebbe solo messo a soqquadro le stanze.
La nostra storia non finisce però qui. Dopo qualche mese, un altro colpo di scena. Giuseppe Vesco ritrattò tutto e scagionò i presunti complici.
Purtroppo fu ritrovato morto il 26 ottobre del 1976, pochi giorni prima di essere ascoltato dagli inquirenti. Nelle sue lettere ha affermato piùvolte di aver accusato persone innocenti per consentire ai veri complici di fuggire. Risulta comunque incredibile come un uomo privo di una mano possa impiccarsi legandosi alle barre di una finestra alta più di 2 metri. Questo particolare inoltre non fu mai chiarito. Nuovi misteri si aggiungono così alla vicenda, di per se già molto complessa. Quasi nessuno crede dunque al suicidio di Vesco nel carcere San Giuliano di Trapani.
Fra i quattro ragazzi indicati come complici da Giuseppe Vesco solo Giuseppe Gulotta e Giovanni Mandalà hanno conosciuto il carcere pur dichiarandosi sempre innocenti. Gli altri due ragazzi (Santangelo e Ferrantelli) invece riuscirono a scappare all’estero e, una volta al sicuro, anche loro hanno negato di essere coinvolti nella strage. Mandalà ha fatto 21 anni di carcere e una volta uscito è morto appena dopo 3 mesi, invece Gulotta dopo 17 anni di carcere attualmente risulta in semi-libertà.
Le stranezze di questo caso sono proprio tante. Cerchiamo di capire però chi erano i due carabinieri uccisi e a cosa stavano lavorando.

La casermetta di Alcamo Marina, luogo della strage
La caserma in cui è avvenuto l’agguato è ancora oggi in un territorio strategico che in quel periodo era di grande importanza per la mafia. Non è vero, come hanno sostenuto tanti nel corso di questi anni, che si trattava di una zona tranquilla. Da quel territorio partivano infatti enormi carichi di droga diretti al mercato americano e c’erano numerosi depositi di armi. Una prima ipotesi potrebbe essere questa: “Che qualcuno abbia deciso di ucciderli per tappargli la bocca?”
Carmine Apuzzo, diciannove anni, originario di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, in servizio da circa un anno, era arrivato da poco ad Alcamo Marina. L’appuntato Salvatore Falcetta invece attendeva il trasferimento con ansia, vista la grave malattia che aveva colpito la madre. Contava i giorni, l’appuntato, per avvicinarsi al paese natale ed assistere l’anziana donna, costretta a letto da un enfisema polmonare. “Dovrò sostituite un collega che ha chiesto un periodo di licenza più lungo del previsto, poi andrò a Buseto”, disse ai familiari in una delle ultime telefonate dopo l’Epifania di quel ‘76. Per molti però i due carabinieri erano solo ufficiali con licenza di contravvenzionare automobilisti indisciplinati o venditori ambulanti abusivi. In quel freddo inverno del 1976, nel territorio di Alcamo Marina, località di villeggiatura presa d’assalto durante la stagione estiva da villeggiati e turisti, non c’erano automobilisti indisciplinati. Non c’erano neanche venditori abusivi. C’erano invece pericolosi criminali. L’appuntato Salvatore Falcetta ed il carabiniere Carmine Apuzzo, durante i servizi di controllo del territorio, potrebbero aver visto qualcosa che doveva restare segreto e per questa ragione sarebbero stati uccisi.
Le prime ipotesi, come abbiamo detto, furono diverse. Si vagliò l’ipotesi di una vendetta organizzata contro i due militi che avrebbero intralciato, forse casualmente, un illecito affare di un non meglio precisato clan mafioso della zona; venne seguita anche la tesi del disegno terroristico del delitto per creare confusione politica nel Paese; inoltre non si escluse il movente per questioni d’onore”. Gli interrogativi sono purtroppo tanti.
Perché i sicari decisero di fare irruzione all’interno della caserma? Perché correre dei rischi quando sarebbe stato possibile colpire i due carabinieri in qualunque altra parte del territorio? Chi ha compiuto questa strage voleva lanciare forse un segnale? Ciò indurrebbe a riconsiderare la pista politica, quella pista che gli inquirenti avevano vagliato nelle prime fase delle indagini e che avevano repentinamente abbandonato dopo la confessione di Giuseppe Vesco.
SINGOLARI VICENDE LEGATE ALLA STRAGE DI ALCAMO MARINA:
Giovanni Mandalà è protagonista di altre tristi vicende legate a questa strage. Ha sostenuto infatti fin dall’inizio che il locale in cui sono state ritrovate le divise dei due militari uccisi era stato preso in affitto proprio da Giuseppe Vesco e che lui non era a conoscenza dei piani di Vesco. La moglie ha raccontato sempre al giornale trapanese Quarto Potere che la giacca di Mandalà su cui sono state ritrovate delle macchie di sangue era stata manomessa. Ha raccontato che quando questa fu sequestrata non c’era alcuna macchia di sangue. Dopo il sequestro il fratello di Mandalà si recò presso la caserma di Partinico. Gli fu assicurato che non c’era alcuna macchia e che potevamo stare tranquilli. Successivamente, attraverso i giornali, la famiglia Mandalà scoprì invece che erano state rilevate delle tracce. Sempre il cognato andò allora dal maresciallo con un registratore. Quest’ ultimo, secondo la versione della difesa, ancora una volta ammise che sulla giacca c’era la presenza di due sole macchioline che però non erano di sangue ma solo di semplice vino. Sempre la moglie di Mandalà ha dichiarato su Quarto Potere che consegnarono successivamente la bobina ai giudici e nel corso del processo furono inoltre sollevati molti dubbi in relazione all’attendibilità dei risultati della perizia effettuata sulla giacca. I giudici decisero così di disporre ulteriori esami ma quando andarono a cercare la giacca e la bobina erano entrambe scomparse. Il maresciallo, chiamato a deporre, non si presentò mai in aula adducendo motivi di salute e così i giudici, in assenza di ulteriori prove contrastanti, decisero di condannare Giovanni Mandalà all’ergastolo.
Anche Peppino Impastato è stato coinvolto nella vicenda. Questi, la cui casa fu inoltre oggetto di perquisizone pochi giorni dopo la strage di Alcamo, riteneva invece che l’uccisione dei due carabinieri fosse maturata in un contesto diverso da quello in cui si inserisce Vesco e i 4 complici accusati. In una delle registrazioni di Radio Aut, Peppino Impastato dice letteralmente: “Il duplice omicidio di Alcamo era un avvertimento sanguinoso dato ai carabinieri per la loro conduzione delle indagini sul rapimento e l’uccisione di Luigi Corleo, gabelliere ed erede del potentato di Bernardo Mattarella nel trapanese“. I carabinieri erano vicini all’individuazione del mandante e quindi è possibile che la strage della casermetta si collochi come espediente per distrarre l’arma dei carabinieri dalle indagini su questo caso. Emergerebbe a questo punto un possibile legame con l’avvocato Vito Guarrasi, uno degli uomini più potenti della Sicilia negli anni settanta.
DOCUMENTI E VIDEO ESCLUSIVI:
- SCARICA LE LETTERE DI GIUSEPPE VESCO CON ANALISI E COMMENTO DI ROBERTO SCURTO
- VIDEO: tg3 - blu notte – telejato
FONTI: Quarto Potere; Corriere della Sera;











caro roberto, seguo da molto tempo la tua incessante battaglia contro tutti i poteri corrotti, e i misteri che la città di Alcamo nel passato e stata tristemente protagonista.-
Il mio pensiero più affettuoso, va sicuramente a tutte le famiglie, che in queste storie
hanno patito la perdita dei propri cari.-
Bravo Roberto, continua con la tua tenacia, a lottare contro ogni soppruso e contro il male affare, che opprime vigliaccamente la società onesta.
Io ci provo da molto tempo a inseguire le verità che tanti onesti cittadini aspettano da anni, ma se dovrei scrivere su tantissime storie che sono stato dirattamente interessato, potrei scrivere come titolo”NE TESTA NE PIEDI” spero di avere la possibilità di incontrarti. Vice sovrintendente della Polizia di Stato Antonio FEDERICO -Alcamo
“il morto continua a parlare di se per le conoscenze che ha dei vivi”
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Premesso che dedicare la topomastica urbana a illustri cittadini, patrioti e insigni cultori, non solo è senso civico e rimembranza storica, ma anche sicura pedagogia formativa per le giovani generazioni, nell’idirizzare verso ideali positivi e formativi, rispetto al sottovuoto delle attuali pretese dei nostri ragazzi.
Alcamo ha sicuramente questa dignità. Ma non in tutti i casi.
Per esempio la piazzetta “Internicola” dedicata a un bravissimo e onesto giovane, il quale è stato insignito della dedicazione della piazzetta, soltanto perchè vittima di un incidente stradale.
Ma allora mi chiedo e si chiedono tutti: tutte le altre vittime di incidenti stradali perchè non hanno meritato cotale trattamento? Perchè le vittime del lavoro non hanno avuto una simile onoreficenza?
Si potrebbe banalizzare la risposta ai due interrogativi adducendo che ci sono vittime di serie “A” e vittime di serie “B”.
Ma non basta. Se il presupposto, come detto in premessa, è ricordare uomini illustri che con il loro esempio hanno dato la vita per la patria o perchè si sono spesi in alti ideali di giustizia o per la giustizia, allora la risposta potrebbe cambiare confutando metaforicamente il fatto che ” IL MORTO CONTINUA A PARLARE DI SE PER LE CONOSCENZE CHE HA DEI VIVI” indipendentemente della sua storia personale: Per esempio nel caso di Internicola, l’intercessione del reverendo zio.
Mi rifiuto di cedere e credere a tale logica, e quindi indirizzandomi verso la “buona fede” della nostra civica amministrazione. E, quindi se devo credere a tale presupposto, mi pongo un altro interrogativo: Come mai non è mai stata dedicata una strada a chi vittima della giustizia e del dovere, ha sacrificato la sua giovane vita per gli ideali della bandiera, della Costituzione e delle leggi nei confronti dei quali ha prestato giuramento? Mi riferisco ai due Carabinieri trucidati nella casermetta di Alcamo marina, Falcetta Salvatore e Apuzzo Carmine, trucidati in data 27.01.1976. Evento ricordato all’esterno con una Stele che non basta a lenire il dolore dei congiunti e nemmeno il requiem eterno degli interessati, ancora in attesa del corso della giustizia terrena.
Allora, perchè non dare un senso a questo martirio, con il dedicargli una via urbana di Alcamo? La Civica amministrazione ne acquisterebbe onore e trasparenza di lotta a ogni forma di criminalità organizzata.-
Antonio.Federico