Giuseppe Russo, carabiniere scomodo

Posted: 20 agosto 2008 in Mafia

Sembrava una serata d’estate come tante altre, quella del 20 agosto 1977 a Ficuzza, a due passi da Corleone. Erano circa le 21.30, quando il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo decise di uscire per fare due passi dopo aver cenato con la moglie nella piccola casetta al primo piano che dava sulla piazza. Insieme all’amico professore Filippo Costa cominciarono a passeggiare diretti verso il bar. Russo era in maglietta e pantaloncini. Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata – scrisse Mario Francese sul Giornale di Sicilia del 21 agosto 1997, ricostruendone gli ultimi minuti di vita – Costa invece attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata.

Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una “128” verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa. L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione ad ’U’ e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano.

Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di ’Minerva’. Russo non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta. Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due. Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa.

Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa dell’insegnante Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia. Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo.

Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia preparato nei dettagli almeno da 26 giorni. La 128, trovata abbandonata a tre chilometri da Ficuzza, è stata rubata infatti a Palermo il 25 luglio, appunto 26 giorni prima.

In quell’estate di trent’anni fa, il delitto Russo destò molto scalpore. L’ufficiale dei carabinieri, infatti, era un noto investigatore al centro di tante delicatissime indagini di mafia. In quel periodo si trovava in convalescenza e, probabilmente, meditava di lasciare l’Arma.

Ma questo, Totò Riina e Bernardo Provenzano, astri della mafia «corleonese», non l’avevano chiaro. Sapevano bene, però, che il colonnello Russo aveva intuito che Cosa Nostra stava stendendo i suoi tentacoli sull’affare del secolo, sull’affare «diga Garcia» e sulle centinaia di miliardi che vi giravano attorno. E decisero di chiudere il conto con lo scomodo ufficiale dell’Arma.

Quella sera a Ficuzza, il gruppo di fuoco, di cui facevano parte Pino Greco «Scarpuzzedda» e Vincenzo Puccio, era capeggiato personalmente da Leoluca Bagarella, su mandato del cognato, Totò Riina, e dell’altro boss corleonese Bernardo Provenzano. Per il duplice delitto di Ficuzza,in un primo momento furono erroneamente condannati tre pastori, Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo, che si era autoaccusato e aveva chiamato in causa gli altri due.

Ma il 29 ottobre 1997, vent’anni dopo, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Bagarella, Riina e Provenzano.

Non sarebbe stato più semplice per la mafia uccidere il colonnello Russo «in via Ausonia sotto casa a Palermo» e il professor Costa «a Misilmeri dove abitava?», si chiese il giornalista Mario Francese, che da quella stessa mafia sarebbe stato assassinato il 26 gennaio 1979. La risposta la trovò da solo: «No, perché la mafia voleva un’ esecuzione spettacolare ed esemplare». E la voleva a due passi dalla famigerata Corleone, patria di Riina, di Provenzano e di Liggio.

Un messaggio chiaro: chi prova ad intralciare i piani dei «corleonesi» muore!

Il contenuto di alcuni appunti di Russo, trovati sulla sua auto, nella sua abitazione palermitana e negli uffici della Legione, imprimono immediatamente alle indagini un indirizzo preciso: la diga Garcia. Fu «questa la pista dei carabinieri, che si ritrovarono davanti alla formula: mafia-Garcia-sequestro Corleo», scrisse Francese. «Squadra mobile e Criminalpol indagarono, invece, sulle sue amicizie. Soprattutto una, quella dell’imprenditore di Montevago, Rosario Cascio.

Poi: il progetto di un’industria da realizzare in Liberia, alcuni suoi viaggi a Roma con Cascio, la sua partecipazione in una società, la Rudesci», aggiunse il giornalista. Infine, però, sia la polizia che i carabinieri concordarono su un punto: «Russo è caduto per aver cercato di ripristinare l’ordine ed evitare soprusi nella corsa dei gruppi mafiosi verso i remunerativi subappalti ruotanti intorno ai lavori per la costruzione della diga Garcia (costo: 300 miliardi circa)».

In sostanza, l’ufficiale dell’Arma «avrebbe tentato di non far perdere al suo amico Rosario Cascio il lavoro che si era legittimamente conquistato nella diga Garcia, da dove alcuni gruppi di mafia lo avevano cacciato con una serie di violenze. Il tentativo di Russo non è stato però gradito dalla mafia, che intravide nella sua intromissione un serio pericolo per la realizzazione dei programmi iniziati nel ’74 con alcuni sequestri-monstre, finalizzati al predominio assoluto nella zona di Garcia e nella valle del Belice. Un pericolo non infondato, perché i gruppi di mafia in fermento avevano già avuto modo di conoscere la tenacia di Russo, soprattutto nella lotta all’ Anonima Sequestri».

Infatti, la Lodigiani, colosso imprenditoriale del Nord, che si era aggiudicato l’appalto plurimiliardario della diga Garcia, aveva estromesso da alcuni lavori la ditta Cascio, affidandoli alla «INCO», una società dell’imprenditore Francesco La Barbera di Monreale, Giovanni Lanfranca di Camporeale e il cognato Giuseppe Modesto.

«Ma l’offerta della INCO è spuntata dopo la morte di Russo e non posso neanche escludere che si tratti di un’offerta perfezionata in un secondo momento e, comunque, dopo i fatti di Ficuzza, magari per togliere da ogni imbarazzo i Lodigiani e i suoi tecnici», dichiarò Rosario Cascio.

«Alla luce di queste parole appare verosimile che Russo chiedesse il rispetto della legalità a chi della legalità è irriducibile nemico, il rispetto della giustizia per Cascio a chi nell’ingiustizia prolifera». Ma perché i killer della mafia uccisero anche Costa? Forse perché temevano che Russo gli avesse parlato dell’affare «diga Garcia. Ammesso che Russo non avesse rivelato nulla a Costa, chi avrebbe potuto convincere gli assassini?», fu la conclusione di Francese.

Come se non bastasse l’assassinio Russo era stato preceduto da tre sequestri e da una agghiacciante serie di delitti. A Roccamena, l’8 settembre 1974, fu rapito il giovane enologo monrealese Franco Madonia, rilasciato il 15 aprile 1975, dopo il pagamento di un riscatto da un miliardo di lire da parte dello zio “don” Peppino Garda. Il 1° luglio 1975 fu sequestrato il docente universitario Nicola Campisi, che sarebbe stato rilasciato l’8 agosto, dopo il pagamento di 700 milioni di riscatto. Infine, il 17 luglio, la “madre” di tutti i sequestri: quello di Luigi Corleo, il re delle esattorie, che fu misteriosamente soppresso.

-

Fonti:

- Wikipedia.it

- Daniele Paternostro. Russo un ufficiale scomodo. La Sicilia, 19 agosto 2007

- Mario Francese. Giornale di Sicilia, 21 agosto 1977

Commenti
  1. seddik scrive:

    Una precisazione non necessaria ma utile,.- La famiglia di Nicola Campisi pago 700 milioni.-

  2. robertoscurto scrive:

    Grazie Seddik, correggo subito la svista.

  3. Michele Nista scrive:

    Se sei “scomodo”, in Italia, muori sempre povero e/o giovane, ne so’ qualcosa io.
    ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
    Oggi, uno, per me, dei peggiori italiani di tutti i tempi, Silvio Berlusconi, va’a Parigi a parlare di ” etica e moralizzazione del capitalismo”. Proprio lui che rappresenta la parte piu’ marcia, becera e criminale dello stesso, quello fondato su assassinissima mafia, e sanguinaria, terroristissima, complottarda lercia P2. Ogni penny su cui qs Al Scrofone di Silvio Berlusconi e’ seduto cola sangue di milioni di morti fatti ammazzare, via killer malavitosi organizzati varii o fascisti incappucciati. E proprio lui va’ a Parigi a parlare di ” etica del capitalismo”? Sua ipocritissima e falsissima “figghiuzza aaa” Marina Berlusconi ( mal sangue non mente) ha fatto lo stesso, sparlando di etica qua e la, sul Corriere della Sera ( che nel 2005, pero’, voleva far olio di ricinizzare: nota beneeeee) pochi giorni fa ( ma non si vergogna un salotto prestigioso come Mediobanca a imbrattarsi di oceani di danari assassini mafiosi?). Sua moglie ha fatto medesima cosa pure, l’altro ieri, ma il di lei ( si fa’ per dire, obviously) “il Foglio”, da’ “bussinesso” al ladronelardone Giuliano Ferrara, uno che voleva far mettere una bomba sul set de Il Caimano per non farlo uscire. Uno che azzannava via massonerie fasciste coperte varie, tutti i migliori italiani, attraverso un mare di complotti “filonaziciaroli” targati “Jeff Castelli, Bob Seldon Lady, Giuliano Tavaroli, Emanulele Cipriani, Marco Mancini, Gaetano Saya, Riccardo Sindoca e Pio Pompin.ri varii”. Lo sbruffone fascistissimo prepotente antidemocraticissimo Giuliano Giulianazista Ferrara, che ha criticato Roberto Saviano per il suo libro Gomorra, e difeso inveceeeeeeeeeeeeeeeee, i megaassassini spietatissimi Casalesi ( che ovviamente conosce bene). CHE OVVIAMENTE CONOSCE BENE, SIIIII!! INFATTI MARCELLO “MACELLO” DELL’UTRI, CON GLI STESSI,PIU’ VOLTE SI INCONTRO’ E TRATTO’ CON LORO JOINT VENTURES DA FARE NELLA, PARREBBE, “BERLUSCONIANISSIMA” RUSSIA DI PUTIN. MA VI RENDETE CONTO? Oggi Silvio Berlusconi va’ a parlare di “piu’ trasparenza nelle banche”, ma la gia piduistonona Bnl ( spessissimo al centro di scandali), custodisce per lui 22 scatole, proprietarie a loro volta di tutto cio’ che e’ il Berlusconismo, con dietro centinaia di famiglie mafiose calabro/siculo/campane/italoamericane, che versarono oceani di cash mafiosissimo super stra assassinoooooooo, nella sua Maf..inivest, negli anni 70. MA CHE E’ STA PRESA IN GIRO, EEEE? SILVIO BERLUSCONI CHE VA’ A PARIGI A PARLARE DI CAPITALISMO TRASPARENTE E ETICO E’ PARI PARI A AL CAPONE ANDANTE, 80 ANNI FA, A CHICAGO, A UN SUMMIT PUBBLICO, A PARLARE DI ” NO MAFIA IN THE STATES”, O A JACK LO SQUARTATORE ANDANTE A FARE L’OPINION LEADER DI DIBATTITI CON SOGGETTO ” RISPETTIAMO LE DONNE”. Ma che ci facciamo al summit di Parigi, aooooo? Che vada la Spagna al posto nostro. Noi non siamo piu’ una democrazia: siamo un neomedioevale monarchia maf..ascista massonazista, con nuova capitale Arcor..leone. Anzi, siamo una meomedioevale monarchia massonazista e “fascismoderna”. Aggettivo, qs ultimo, che io coniai e che Antonio Di Pietro e Walter Veltroni han poi diverse volte utilizzato, tra l’altro, con mio godimento. Apposto: i diritti d’autore che mi verrebbero, girateli a una Fondazione da chiamare, invece, qs volta: ” fuori le palle e salviamo l’Italia”. Silvio Berlusconi e’ cancro assassino lo vogliamo capire o no? E col cancro non si scherza, lo si estirpaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
    Tutte le migliori menti, laiche, cattoliche, per beneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee, italiane, mondiali, unite: basta coi maf..ascisti Berlusxuxluxcloneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeees

  4. Massimo scrive:

    Se tu puoi scrivere queste cumulo di merdose cazzate e’ proprio perche’ vivi in una grande Democrazia…rispettala e taci.

  5. [...] che nuotano nell’acqua che conoscono. Qui potete trovare un interessante articolo sulla storia di Giuseppe Russo. Non ho trovato in rete una foto dell’insegnante Filippo Costa che morì insieme a Giuseppe [...]

  6. anarchico scrive:

    La vicenda di Alcamo. Uno dei primi casi noti di torture con il waterbording in Italia. Un anarchico colpevole per forza per l’attentato ad una caserma dei carabinieri.

    Condannato ad anni di carcere e poi assolto. I carabinieri crearono il colpevole, la magistratura avallò tutto, anche le torture.

    Era il 27 gennaio 1976 quando un commando assaltò la casermetta di Alcamo Marina e uccise due giovani carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Da Palermo arrivò una squadra di investigatori guidata dal colonnello Giuseppe Russo, che l’anno dopo sarà ucciso dalla mafia a Ficuzza nel Corleonese. Seguendo la pista “terroristica”, fermarono Giuseppe Vesco, un giovane anarchico che aveva perso una mano maneggiando esplosivo. Vesco fu costretto, con le torture, a confessare la partecipazione alla strage (un atto “rivoluzionario”) e ad accusare un gruppo di giovani che frequentava: Giuseppe Gulotta, Giovanni Mandalà e due all’epoca minorenni, Vicenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Furono tutti arrestati mentre Vesco, alcuni mesi dopo, fu trovato impiccato in cella: non è stato mai chiarito se si sia trattato davvero di un suicidio. Nel corso di un lungo iter processuale, Ferrantelli e Santangelo sono stati prima condannati e poi assolti. Ora vivono in Sud America. Mandalà è morto. Gulotta è stato condannato a 27 anni e, tra una carcerazione e l’altra, ha cercato di formarsi una famiglia. Dal luglio 2010 era tornato in libertà vigilata perché intanto un maresciallo in pensione, Renato Olino, che faceva parte del gruppo guidato dal colonnello Russo, ha confermato la storia delle torture. Alle violenze fisiche si univano anche quelle psicologiche. “Mi puntarono – racconta Gulotta – anche una pistola in faccia e mi dissero: se non confessi ti uccidiamo”. La testimonianza di Olino non solo ha fatto riaprire il processo ma ha indotto la Procura di Trapani a promuovere una nuova indagine sulla strage “contro ignoti” e a iscrivere nel registro degli indagati quattro degli investigatori che avrebbero estorto le false confessioni. La prescrizione coprirà tutto. E’ passato troppo tempo. Sono stati celebrati nove processi, la verità è rimasta nell’ombra e l’unica certezza era finora la condanna dell’Italia davanti alla corte europea per i diritti dell’uomo per l’estrema lunghezza della giustizia. Per sentirsi restituire l’innocenza soffocata dalle torture Giuseppe Gulotta ha aspettato 36 anni. Ne aveva 18 quando fu arrestato e accusato di avere partecipato alla strage di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani). Fu l’inizio di un incubo che finalmente si scioglie, nell’aula della Corte d’assise di appello di Reggio Calabria, quando al termine del processo di revisione del processo viene letta la sentenza. Anche se l’esito è annunciato da una richiesta di assoluzione da parte dell’accusa, Gulotta non trattiene le lacrime. Abbraccia la moglie Michela, il figlio William di 24 anni e si accascia su una sedia. “Ora posso dire – riesce a sussurrare – che giustizia è stata fatta. La mia vita era stata bruciata. Ora è come portare indietro l’orologio di 36 anni. Chi potrà mai restituirmi quello che mi é stato tolto?”. Da uomo libero, che ha passato in carcere 21 anni, cerca di riannodare almeno gli affetti familiari. La prima persona a cui telefona, per annunciare l’esito del processo, è la sorella Maria che vive ad Alcamo mentre lui da tempo ormai si è stabilito a Certaldo, in provincia di Firenze.

    peccato che il colonnello russo sia stato ucciso, giustizia sarebbe stato adesso vederlo in carcere!
    VERGOGNA! e gli hanno dato pure la medaglia al valore! che schifo!

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s