LA SCOMPARSA DEL GIORNALISTA DE L’ORA IL 16 SETTEMBRE 1970
Sono circa le nove di sera. Una BMW si è appena fermata al numero 58 di Viale delle Magnolie in uno di quei tanti quartieri della nuova Palermo. L’uomo che è al volante sta parcheggiando l’auto mentre con uno sguardo saluta la figlia e il fidanzato.I due giovani decidono di lasciare spalancato il portoncino del palazzo e si dirigono verso l’ascensore. Una volta che il padre avrà parcheggiato la macchina saliranno sopra tutti insieme per la cena.
Dopo pochi secondi l’ascensore è già arrivato a piano terra, ma l’uomo ancora non arriva. Improvvisamente un vocione con forte accento siciliano squarcia la calma dell’afosa serata: “amuninne” (andiamo). Pochi attimi dopo la BMW è già lontana e in Viale delle Magnolie è ritornato il silenzio. Quando la figlia incuriosita si dirige in strada è già troppo tardi: l’auto del padre è scomparsa e non ha lasciato nessuna traccia.
Dentro l’auto ora ci sono due, o tre persone, più il padre di quella ragazza. Non si sa dove vanno, non si sa chi sono e non si sa neppure a che ora si potrà cenare, perché in quell’automobile scura c’è proprio lui: Mauro De Mauro.
Mauro è uno dei giornalisti più famosi del tempo, un uomo che va dritto al sodo e che, attraverso i suoi articoli, si è fatto amare dalla gente e odiare dai potenti. La famiglia sa bene che Mauro è sempre molto occupato e non ha orari. Di solito infatti telefona e avverte la moglie di eventuali ritardi. Per cenare c’è tempo, tanto Mauro come al solito ritarderà.
De Mauro lavora da anni come capo-servizio presso un giornale di sinistra, L’ORA, anche se nel suo passato ha combattuto per la Repubblica di Salò e durante la guerra è stato uno dei componenti della X-Mas del principe Junio Valerio Borghese, l’ideatore del famoso Golpe.
Passano le ore. La famiglia aspetta e alle dieci e mezza, come se non bastasse, va via pure la luce. Tutta Palermo resta al buio per mezzora e Mauro non è ancora tornato.
La famiglia aspetta ancora. È notte ormai e partono le prime telefonate. La prima alla redazione del giornale, poi agli amici giornalisti, agli ospedali, al pronto soccorso. È già mattina inoltrata e di Mauro De Mauro non se ne sa più nulla.
La Polizia, avvisata subito dell’accaduto, dopo poche ora ritroverà parcheggiata la BMW in pieno centro. Del povero De Mauro però nessuna traccia. E ora?
Il comandante della legione di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa e il capitano Giuseppe Russo del nucleo investigativo dei carabinieri pensano subito alla pista mafiosa, alla droga e alla criminalità organizzata. La moglie Elda, i colleghi giornalisti e la magistratura snobbano però queste indagini perché negli ultimi tempi De Mauro si stava occupando soltanto di sport e non più di mafia.
La polizia segue infatti un’altra pista. Bruno Contrada e Boris Giuliano pensano che la causa della scomparsa di viale delle Magnolie sia legata al famoso caso Mattei e alle ultime ore trascorse dal presidente dell’Eni in Sicilia. Enrico Mattei era stato uno degli italiani più potenti al mondo sia dal punto di vista politico che economico. Stava tessendo delle relazioni spregiudicate con i paesi arabi produttori di petrolio scavalcando il monopolio delle grandi compagnie americane, le sette sorelle. Il 27 ottobre 1962 il suo aereo privato era però precipitato misteriosamente dopo essere partito dall’aeroporto di Catania (all’ipotesi dell’incidente ovviamente non ha mai creduto quasi nessuno).
Ma cosa c’entra Mattei con De Mauro? Il regista Francesco Rosi, che stava preparando un film sul presidente dell’ENI, aveva affidato al giornalista siciliano, poco tempo prima della sua scomparsa, il compito di ricostruire le ultime ore di Mattei in Sicilia. Mauro era persino andato a Gagliano, dove Mattei aveva tenuto l’ultimo discorso pubblico, per intervistare la gente del posto e capire cosa era veramente successo. Era bravo De Mauro, ma cosa aveva scoperto?
La sera della sua scomparsa, il giornalista dell’Ora aveva chiamato l’amico Lucio Galluzzo dicendogli: “Ho una cosa grossa tra le mani, appena ti vedo te lo dico”. Purtroppo non si rivedranno mai più. Aveva detto le stesse parole alla moglie ma, anche in questo caso, non aveva avuto il tempo di spiegare il tema dello scoop. Aveva parlato chiaramente soltanto con il giudice Scaglione, purtroppo ucciso 8 mesi dopo la scomparsa del giornalista.
A complicare il caso, come se non bastasse, ci pensa un altro personaggio misterioso. Si tratta del cavalier Antonino Buttafuoco, noto commercialista di Palermo e anche della famiglia De Mauro. Abito bianco, occhiali scuri e bastone di canna. Un uomo rispettato, un professionista, un personaggio certamente che non passava inosservato data anche l’abitudine di girare in città su quelle famose carrozze nere, usate oggi soltanto dai turisti.
Buttafuco è molto interessato alle sorti di Mauro De Mauro. Si fa vivo la prima volta soltanto 24 ore dopo la scomparsa, poi continuamente. Telefona, si reca in casa della moglie, invita i familiari nel suo studio… Inizialmente dice alla moglie e al fratello del giornalista che Mauro è finito nei guai perché non è stato attento ma non c’è da preoccuparsi perché è ancora vivo. Poi, nei successivi incontri, comincia a mostrare un ambiguo interessamento per il caso. Scarta alcuni motivi della scomparsa e comincia soprattutto a fare molte domande. Chiede di chi sospetta la polizia, se gli agenti hanno trovato qualcosa tra le carte del giornalista, i nomi delle persone indagate, se sono arrivati nastri con voci registrate (e infatti ne arriva uno ma lui non poteva saperlo), se è stata spedita a casa De Mauro una busta arancione (la busta che Mauro teneva sempre con se nelle ore precedenti alla sua scomparsa), ecc.
La Polizia si insospettisce. Il cavaliere sa troppe cose e viene presto arrestato. Questo evento imprevisto scatena l’attenzione di tutti i media del tempo e il questore Li Donni dice ai giornalisti di restare in città perché a Palermo a breve ci potrebbe essere l’arresto di una persona molto influente nel mondo politico e affaristico. Non è un pesce piccolo, si tratterebbe di colui che sta dietro alla vicenda e ha il ruolo di “puparo”. Si tratta di Mister X, o meglio dell’avvocato Vito Guarrasi, come scrive sul “ Mondo” il giornalista Mario Pendinelli il 15 novembre 1970.
Vito Guarrasi però ha sempre querelato chiunque lo avesse messo in relazione con De Mauro e Mattei e ha negato fino alla morte di essere l’uomo che stava un gradino sopra il cavalier Buttafuoco. La polizia, e anche questo è un mistero, inoltre non procedette più all’arresto di nessuno; Buttafuoco verrà scarcerato e poi assolto e la pista Mattei abbandonata per decenni.
Piano piano le indagini rallentano: a metà novembre non ci sono più tutte quelle piste e non ci sono più nemmeno tutti quegli uomini che tentavano di avvalorare la propria tesi nelle stanze dei magistrati. La stanza del sostituto procuratore Saito è sempre più vuota e si brancola nel buio.
Un giorno il sostituto procuratore Saito incontra Boris Giuliano e gli chiede perché non ci sono più sviluppi. Giuliano si stupisce: “Come non lo sa? C’è stato un incontro in un night a cui hanno partecipato i responsabili della polizia palermitana e i vertici dei servizi segreti, tra cui il direttore Vito Miceli. L’ordine è stato chiaro: annacquare le indagini, insabbiare tutto, fermarsi.”
Il 1970, l’anno della scomparsa di De Mauro, non è però un anno qualsiasi. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre dello stesso anno il principe Junio Valerio Borghese, marcia sulla capitale per attuare il famoso Golpe, poi misteriosamente annullato, assieme a militari e fedelissimi. Tra questi avevano avuto un ruolo di primo piano sia mafiosi che politici siciliani di estrema destra. De Mauro allora, data l’amicizia con Borghese, conosceva forse qualcosa del golpe? E se si, era così pericoloso da essere considerato una minaccia da Cosa Nostra?
Altra pista invece era quella legata alle esattorie dei cugini Salvo. Risulta infatti che il giornalista dell’Ora, il mese precedente il sequestro, fosse andato alla cancelleria del tribunale di Palermo e avesse chiesto in visione il fascicolo dei Salvo, accusati allora semplicemente di evasione fiscale.
E gli uomini che erano in macchina con De Mauro la sera del 16 settembre 1970? Quelle “persone sconosciute” resteranno fantasmi per oltre vent’ anni. Solo alla fine del 1993 il pentito Gaspare Mutolo svelerà ai procuratori di Palermo la sua verità: “Erano uomini d’ onore della famiglia di Santa Maria del Gesù… due si chiamavano Emanuele D’ Agostino e Stefano Giaconia e sono morti durante la guerra di mafia, furono loro a strangolare Mauro De Mauro su ordine del boss Stefano Bontate…”. Aggiunse il pentito: “Scriveva articoli fastidiosi contro di noi… so che è stato strangolato e il suo cadavere sepolto in contrada Favarella…”.
Appena qualche mese prima anche Tommaso Buscetta aveva indicato Bontate come il “mandante” siciliano dell’ attentato a Enrico Mattei. Spiegò don Masino: “Le Sette Sorelle chiesero un favore a Cosa Nostra americana per far fuori Mattei e Cosa Nostra americana si rivolse a Bontate… si pensò di non usare armi da fuoco che avrebbero potuto rivelare subito la matrice mafiosa del fatto…”.
Le confessioni dei due pentiti non trovarono però mai riscontro e il “caso De Mauro” finì per sempre nei polverosi archivi del Palazzo di giustizia di Palermo. Mauro De Mauro tornò solo un numero di protocollo, il 2843/70 e il mistero della sua morte fu seppellito nella tomba di tutti gli uomini che avevano indagato sulla scomparsa di via delle Magnolie.
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FONTI:
- Carlo Lucarelli (2002). Misteri d’Italia. Einaudi
- Attilio Bolzoni (2000). Mauro De Mauro un mistero lungo 30 anni. Repubblica, 12 settembre 2000, pag.26
- Bianconi Giovanni (2006). Processo De Mauro. Da Mori a Macaluso, Riina chiede 7 testi. Corriere della Sera, 1 aprile 2006, pag.21












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