Il 2 maggio 1985 venne scoperta ad Alcamo la più grande raffineria di eroina mai scovata dalle forze dell’ordine in Europa. Un impianto modernissimo, a tecnologia avanzata , capace di produrre droga per centinaia di miliardi di lire all’ anno, controllato dagli uomini di onore di Alcamo e dai corleonesi tramite Vincenzo Milazzo, capo mandamento di Alcamo del tempo.
I terminali negli Stati Uniti e il mercato d’oltreoceano facevano capire l’importanza del giro d’affari esstente e il perchè una raffineria così strategica era posizionata in un territorio così sicuro come quello alcamese. Ad Alcamo, come in tutta la provincia di Trapani, la mafia è padrona di tutto e tutti e ,come dicono i mafiosi ,nel trapanese c’hanno i cani attaccati.
Non ci speravano nemmeno gli agenti del commissariato di Alcamo arrivati in contrada Virgini sulle tracce del pregiudicato, Giuseppe Ferro, allora 43 anni, latitante già da parecchio tempo. Nella segnalazione giunta al commissariato si parlava di una villa che sarebbe la centrale operativa dei boss emergenti della zona. Nulla faceva pensare alla presenza di un sofisticatissimo laboratorio per la trasformazione dell’ oppio in eroina purissima. Nemmeno i tre capannoni che sorgono accanto alla villetta, ufficialmente utilizzati come stalle.
Sorpresi nella villa assieme a Giuseppe Ferro finiscono in manette Vincenzo Milazzo, allora di 29 anni e ancora incensurato, indicato come l’ anello di congiunzione tra la mafia di Alcamo e il potentissimo clan dei corleonesi. Con loro ci sono altri tre uomini: uno riesce a fuggire, mentre Nicolò e Antonio Melodia, padre e figlio, si consegnano alla polizia senza un accenno di reazione.
Vincenzo Milazzo allora era quasi uno sconosciuto. Ma era già capomandamento di Alcamo e uno degli uomini più influenti di tutto il trapanese, nonchè in quel periodo uomo fidato di Totò Riina. Nella villa (è attrezzata per ospitare una decina di persone) vengono rinvenute due pistole di grosso calibro, una 357 Magnum e una 38 Smith & Wesson.
Durante la perquisizione qualcuno pensa di dare un’ occhiata a quella che dovrebbe essere la stalla. Ed ecco la sorpresa: al posto dei vitelli e della biada ci sono le attrezzature per la produzione dell’ eroina. Tutta roba di prim’ ordine: alambicchi nuovissimi di fabbricazione francese, maschere antigas, prodotti chimici, una trentina di grossi fusti che contengono le soluzioni necessarie alla lavorazione degli stupefacenti. E poi ancora caldaie, termometri di precisione, contenitori ermetici in acciaio ancora imballati. Nei recipienti c’ è traccia di eroina.
Sul posto si precipita il questore di Trapani Gonzales (“per la mafia è un colpo durissimo”, dice non nascondendo la sua soddisfazione). Da Roma arrivano i tecnici della Criminalpol e confermano: si tratta dello stabilimento più sofisticato rinvenuto finora in Sicilia. Un’ attrezzatura capace di abbracciare l’ intero ciclo della raffinazione di droga e di rifornire senza eccessive difficoltà il mercato nord-americano, dove il clan dei corleonesi e i boss trapanesi hanno ormai solidissimi legami.
Del resto da tempo la Dea (il dipartimento antidroga americano) e gli investigatori siciliani erano convinti dell’ esistenza di una centrale di raffinazione ad ovest di Palermo. Tra l’ agosto del 1980 e il febbraio del 1982 erano state individuate tra Palermo, Trabia, Villagrazia di Carini quattro raffinerie in piena produzione con relativo sequestro di grosse partite di droga e l’ arresto di personaggi di primissimo piano (si pensi al superboss Gerlando Alberti). La mafia, dopo questi colpi, avrebbe spostato in territori più sicuri la produzione degli stupefacenti.
Nel Trapanese, nel 1978, i carabinieri di Alcamo avevano arrestato Filippo Puleo, un siciliano residente negli Stati Uniti. Nella sua auto furono rinvenuti cinque chili di eroina pura pronti ad essere imbarcati all’ aeroporto di Punta Raisi con destinazione New York.
Anni prima si era scoperto che un’ industria conserviera di Castellammare del Golfo – proprietà di Nino Buccellato, cognato dei Rimi di Alcamo, ucciso nel settembre 1982 – inviava eroina in America nascondendola nelle confezioni di pomodoro pelato. Anche il sostituto procuratore della Repubblica di Trapani Giangiacomo Ciaccio Montalto aveva individuato il filo che lega una delle province a più alta densità mafiosa con i mercati di stupefacenti dell’ Italia centro-settentrionale e con gli Stati Uniti. Montalto però fu ucciso prima di poter completare le sue indagini delicatissime.












“bei” tempi quando c’era mafia e antimafia. guardie e ladri. buoni e cattivi. Adesso tutto è molto piu “mascariato”, piu grigio. Anche la mafia fa antimafia e anzi la fa con piu forza degli altri. Come in un gioco di specchi, l’arte di simulare e dissimulare riesce a disorientare tutti. Siamo davvero nella terra di Pirandello e dei suoi uno nessuno e centomila.
* dedicato a chi se la sente
Di chi era ed è la proprietà della stalla in cui era stata allestita la raffineria di droga più grande d’Europa che sia mai stata scoperta?
e già! bei tempi davvero. Almeno,quella era una mafia nostrana; crudele, spietata, criminale ma italiana. Adesso tutte le mafie del mondo fanno da padrone nel nostro paese. Ci sono tutte: Russa, cinese, albanese, magrebina, slava e chi più ne ha più me metta. Entrate in Italia dopo la caduta del muro di Berlino , il successivo arresto di Riina e la disfatta dei Corleonesi hanno trovato terreno fertile riempiendo i vuoti lasciati liberi da Riina e soci. Le nostre forze di polizia saranno altrettanto capaci di sconfiggere questa criminalità conquistatrice?