IL SINDACALISTA CHE SFIDO’ LATIFONDISTI E MAFIOSI

Una delle prime storie di mafia raccontate dal nostro cinema è quella di un giovane sindacalista di Sciacca. E’ il 1947, il paesaggio è impervio, e si vedono solo delle stradine tortuose farsi spazio tra tante casette dai muri bianchi. L’inverno del 1947 è gelido, ma nonostante il freddo, cinque uomini, tutti iscritti al partito comunista, camminano per una di quelle stradine tortuose. Siamo in Gennaio e quegli uomini sono appena usciti dalla sede del partito per tornare a casa. Sono giorni importanti quelli, sia per la neonata Repubblica Italiana sia per la Sicilia. Il movimento contadino lotta ormai da anni per l’assegnazione delle terre e finalmente si comincia a vedere qualche segnale positivo.
Dopo qualche attimo Silvestro Interrante saluta la combriccola e apre il portoncino di casa sua. Ancora qualche passo e anche Felice Caracappa è arrivato a casa. Fuori, al freddo, sono rimasti soltanto Antonino La Monica, Tommaso Aquilino e il segretario del PC di Sciacca Accursio Miraglia. Tocca a quest’ultimo salutare adesso gli amici per andare a dormire. In fondo ad una piazza Antonino e Tommaso salutano Accursio mentre quest’ultimo si avvia verso casa.
Pochi passi ancora però e si sente un boato terribile. Sono spari!
Quando viene ammazzato sulla porta di casa il segretario del partito comunista ha 51 anni. Aveva dedicato la sua vita a tutti i poveri della Sicilia, e in particolar modo, a quei poveracci dei contadini. Li aveva organizzati in cooperative per sfruttare la legge Gullo-Segni che affidava le terre incolte e mal coltivate a tutti quei braccianti che si fossero uniti proprio in tali organizzazioni. Non era solo questo però il nostro Accursio Miraglia…
La sua giornata tipo rappresenta per noi comuni mortali una rara eccezione. La mattinata la passava presso il suo magazzino di pesce, poi in ospedale a trovare i malati, e infine al ricovero dei vecchi. Diceva sempre che la maggiore cultura la riceveva proprio da quest’ ultimi, proprio da quei vecchietti con molta esperienza e dai tanti capelli bianchi. Poi andava in banca, tornava a lavorare al magazzino nel pomeriggio e la sera invece la dedicava ai contadini analfabeti. Insegnava loro a leggere e a scrivere, ma soprattutto spiegava il codice di procedura civile perché quei poveracci dovevano conoscere le leggi per poterle rispettare.
Chi voleva morto un uomo onesto e così rispettato come Accursio Miraglia? E perché quando venne trovato il suo cadavere il sindacalista aveva con se una pistola? Di cosa aveva paura?
I mesi precedenti all’accaduto erano stati tutto un susseguirsi di minacce ed eventi spiacevoli per Miraglia. Litigava ormai ogni giorno con tutti i latifondisti. Questi non volevano cedere nemmeno piccoli appezzamenti di terra a quei poveracci dei braccianti. Se ne infischiavano della legge, dei decreti del ministro Gullo (che ordinavano lo scorporamento delle terre incolte dalle grandi proprietà terriere per affidarle a cooperative di contadini), e infine, erano disposti a tutto pur di non vedere i loro patrimoni ridotti drasticamente. Miraglia, al contrario, rispettava la legge e amava quella povera gente. Faceva parte, per sfortuna o fortuna, perfino di quella commissione che doveva stabilire quali terre assegnare alle cooperative.
Era un rompicoglioni Miraglia…Sulla sua strada però trovò gente disposta a tutto pur di mandare in fumo quella che sarebbe poi stata chiamata la riforma agraria. Diversi testimoni avevano detto che il sindacalista aveva avuto accesi litigi con un certo Carmelo di Stefano, anche lui di Sciacca, a quel tempo capo della mafia (o maffia, come si chiamava allora) del paese.
La mafia del tempo era infatti il braccio armato dei latifondisti presenti sul territorio. I baroni vivevano invece nelle città e poco si interessavano delle loro terre e della difesa dei feudi. Per tutelare i loro patrimoni allora i proprietari terrieri si servivano di gente, brava più con il fucile che con le parole, che stava sul posto e di fatto gestiva tutto. I mafiosi diventarono così amministratori, campieri, gabelloti e alla fine si impadroniranno di tutto. Mentre ad esempio Luciano Liggio diventa amministratore del feudo di Strasatto, il nostro Carmelo di Stefano, boss di Sciacca, diventa gabelloto del cavalier Rossi e della baronessa Martinez.
Il boss confessa subito alla polizia di conoscere Calogero Curreri, l’uomo accusato di essere il killer di Miraglia, ma nega nella maniera più assoluta di essere il mandante dell’omicidio. La polizia e i carabinieri, dopo 9 giorni di indagini, fanno però arrestare Curreri, Di Stefano e Rossi ma, come in tutte le vicende siciliane, accade sempre qualcosa di strano.
A coordinare le indagini arriva infatti da Palermo un ispettore generale di pubblica sicurezza. Lo chiamano l’ispettore generale Ettore Messana (lo stesso personaggio enigmatico che abbiamo incontrato nella storia di Frà Diavolo) , nonché il braccio destro in Sicilia del ministro degli interni Mario Scelba. Anche in questa storia l’ispettore Messana contribuisce ad alimentare i misteri.
Quando la procura di Palermo ordina infatti il trasferimento del cavalier Rossi al carcere Ucciardone, l’ispettore Messana si offre di accompagnarlo. Lungo il percorso il cavaliere, guarda caso, dice di non sentirsi bene e allora Messana lo fa ricoverare presso l’ospedale di Corleone. Sempre guarda caso, lo stesso ospedale dove lavorava come medico il vecchio boss corleonese Michele Navarra. Per il cavaliere però non ci sono buone notizie: viene subito diagnosticata un’ulcera perforante e la necessità di operare subito il paziente.
Intanto passano le settimane e tutto finisce in un nulla di fatto. Il giudice istruttore di Palermo fa scarcerare tutti per insufficienza di prove mentre il cavaliere Rossi, che doveva essere operato, ritorna allegramente a casa perché è magicamente guarito e non è più necessario alcun intervento.
A Sciacca però la polizia non molla. Le indagini proseguono e ad occuparsi del caso è il nuovo commissario Zingone affiancato dal suo vice Cataldo Tandoj. I 2 poliziotti sono bravi. In poco tempo riescono a trovare testimoni che parlano e chiariscono il mistero. Curreri addirittura, dopo un interrogatorio da manuale, confessa. E’ stato lui ad uccidere il sindacalista insieme ad altri due uomini: Pellegrino Marciante e Bartolo Oliva. I carabinieri così arrestano tutti e vengono presi anche i mandanti.
Come spesso avviene in tutti i delitti di mafia, dopo le confessioni però vengono subito le ritrattazioni. E queste, la storia ce lo insegna, coincidono sempre. Tutti i colpevoli affermarono con vigore di essere stati forzati dai 2 poliziotti di Sciacca. Anche una donna che aveva liberamente testimoniato dice al magistrato di essere stata quasi costretta con la forza dagli sbirri.
Il 27 dicembre 1947, come accade in molte sorie, tutti tornano liberi e per i due poliziotti adesso c’è addirittura un’accusa di tortura. Le indagini svolte successivamente però assolvono Zingone e Tandoy: i due non hanno torturato nessuno! Alla contraddizione emersa nessuno però ci fa caso…
Per vent’anni tutto rimane immutato. Nel novembre del 1969 però il colpo di scena che non ci si aspetta: muore un deputato siciliano, tale Antonio Ramirez, e il figlio rovistando tra le sue carte trova una lettera.
La busta indirizzata all’onorevole Giuseppe Montalbano datata dicembre 1951 non è stata mai inviata, né aperta. Sta scritto a caratteri cubitali: “ da consegnarsi a lui per il caso in cui dovessi morire”.
Dentro la busta ingiallita, piegata in due, ecco la lettera. C’è scritto che ad uccidere Accursio Miraglia sarebbe stato Pellegrino Marciante su ordine di due deputati monarchici. I due inoltre sono i responsabili, in quanto mandanti, della strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947.
Montalbano invia tutto alla magistratura, ma il codice di procedura penale parla chiaro: non ci sono elementi nuovi e le indagini restano chiuse…
Per concludere una frase che bisogna più praticare che ricordare: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio!”, soleva dire Accursio Miraglia. Una frase presa in prestito dal romanzo di Ernest Hemingway «Per chi suona la campana», ma che lui ormai sentiva come sua.











Purtroppo si è ormai persa la memoria di questi eroi che, in silenzio e fuori dalle luci della ribalta, hanno dato il loro contributo di sangue per l’emancipazione di questa terra infelice. Anche lui ha dovuto combattere ad armi impari quella parte malata dello Stato che era schierata con la mafia ed il latifondo. Grazie Roberto per avercene fatta memoria.
ciao Zagor. Questi purtroppo sono eroi dimenticati che hanno combattuto per noi nelle nostre zone, nelle nostre terre…le stesse dove oggi non si contano più persone coraggiose e di sani principi come una volta. Dovrebbero fare una statua come minimo a ognuno di loro, persone semplici, umili e dal coraggio quotidiano.
[...] La mafia del tempo era infatti il braccio armato dei latifondisti presenti sul territorio. I baron… [...]
Robbè….piu leggo di storie come queste e più mi sale una rabbia irrefrenabile! Ma davvero 4 scassapagghiara, analfabeti, buzzurri e viddani ci devono tenere sutta scupa????
il problema è ke loro sono pochi ma organizzati, noi siamo tanti ma ci facciamo i c.azzi nostri!
non solo ci facciamo tutti i cazzi nostri ma spesso fuggiamo pure dalla lettura di argomenti che ci dovrebbero fare incazzare come questo… Ad alcamo soprattutto sono pochi quelli che, come te, cercano di capirci di più. le statistiche sui visitatori del blog poi parlano chiaro: in costante aumento le visite (circa 280 al giorno negli ultimi mesi), ma in netto calo coloro i quali si connettono da Alcamo e dalla provincia di Trapani. Parlare di mafia dalle nostre parti non crea audience, la gente ci pensa alla mafia solo se c’è un film o se ammazzano qualcuno…per il resto un ci ni futti nenti….
Storie come quella di Accurso Miraglia, per dirne una, che ha lottato vicino casa nostra per il bene degli attuali contadini (pardon oggi sono tutti imprenditori agricoli) non sono nemmeno conosciute nè dai giovani ma nemmeno da coloro che oggi hanno quello che hanno grazie a qualcuno che c’ha perso la vita.
ciao ivano